Ablazione della fibrillazione atriale

L’intervento di ablazione della fibrillazione atriale (FA) è una procedura chirurgica finalizzata a eliminare la fonte dell’aritmia cardiaca, attraverso la distruzione selettiva di piccole porzioni del tessuto cardiaco presenti nelle pareti delle camere superiori del cuore (atri), dalle quali partono gli stimoli elettrici all’origine delle onde di contrazione anomala e, quindi, del ritmo cardiaco disordinato.

L’intervento, effettuabile con diverse modalità, può essere proposto a pazienti interessati da tutti e tre i tipi di fibrillazione atriale (parossistica, persistente e permanente), ma raramente si tratta del primo approccio di cura di questa aritmia, che nella maggioranza dei casi può essere tenuta sotto controllo con la terapia medica basata su farmaci antiaritmici ed eventualmente con esecuzione della cardioversione elettrica. 

Cause

L’intervento di ablazione della fibrillazione atriale diventa necessario quando non è più possibile controllare l’aritmia cardiaca con la terapia medica o quando quest’ultima è controindicata a causa della presenza di altre condizioni cliniche concomitanti oppure è mal tollerata.

Tra le controindicazioni maggiori all’intervento vanno ricordate l’età superiore a 85 anni, la dilatazione eccessiva dell’atrio sinistro, la presenza di condizioni patologiche che impediscono di assumere farmaci anticoagulanti dopo l’ablazione, lo scompenso cardiaco avanzato (con frazione di eiezione del ventricolo sinistro, FEV, inferiore al 25%) e tutte le cause reversibili di fibrillazione atriale (per esempio, l’ipertiroidismo), che vanno trattate in modo mirato e specifico. 

Sintomi

Esistono tre diverse tipologie di intervento per l’ablazione della fibrillazione atriale, che vengono scelte in funzione dell’origine dell’aritmia e delle condizioni cardiache globali del paziente, nonché dell’eventuale necessità di correggere contemporaneamente anche altri difetti cardiaci correlati o meno all’aritmia.

L’ablazione transcatetere prevede l’impiego di cateteri operatori, inseriti per via percutanea attraverso incisioni di 1-2 cm, e veicolati fino ai punti degli atri cardiaci da trattare.

Una volta giunti nelle zone predefinite, attraverso la punta del catetere vengono somministrati calore o freddo intensi che fanno cicatrizzate le piccole aree contenenti le cellule cardiache da cui partono gli stimoli elettrici impropri che generano l’aritmia, senza creare alcun problema alle altre porzioni del cuore.
Una volta effettuata questa operazione, è sufficiente estrarre i cateteri.

Una seconda possibilità di ablazione transcatetere prevede la distruzione selettiva di una piccola quota di cellule presenti nel punto di passaggio tra atrio e ventricolo, chiamato nodo atrioventricolare (AV).
In questo caso, l’insorgenza dell’aritmia viene prevenuta, impedendo il passaggio degli stimoli elettrici anomali dall’atrio al ventricolo.
Anche in questo caso, la cicatrizzazione mirata del tessuto cardiaco è attuata attraverso la somministrazione di caldo o freddo intensi con cateteri inseriti per via percutanea.

La terza opzione prevede, invece, l’intervento cardiochirurgico “a cielo aperto” dopo sternotomia o microtoracotomia, ossia con taglio dello sterno o della parete toracica.
Si tratta di una procedura decisamente più invasiva, ma permette di avere maggiori garanzie di risultato, soprattutto nei pazienti con situazioni cardiache più complesse e necessità di trattare anche anomalie strutturali concomitanti.
Anche in questo caso, l’aritmia è eliminata attraverso l’induzione della cicatrizzazione di porzioni ben definite di tessuto cardiaco presenti negli atri.

La durata della degenza dopo l’intervento di ablazione dipende dalla metodica utilizzata, dalle eventuali copatologie presenti e dalle condizioni cliniche generali del paziente. in genere, l’ablazione transcatetere prevede una degenza di 24-48 ore, mentre l’intervento cardiochirurgico richiede alcuni giorni di ospedalizzazione.

A prescindere dalla procedura di ablazione utilizzata, la fibrillazione atriale può ripresentarsi a distanza di alcuni anni, soprattutto nei pazienti che presentavano forme più severe, ipertensione grave non controllata o un cuore maggiormente compromesso. In questi casi, si può cercare di controllare la recidiva dell’aritmia con terapia medica o con cardioversione elettrica oppure si può ripetere l’intervento di ablazione

Tra gli stili di vita

Dopo l’ablazione della fibrillazione atriale, in genere, i pazienti non sperimentano più episodi di aritmia (o li sperimentano in forma attenuata e meno frequente) e si sentono complessivamente meglio, riuscendo a respirare senza (o con minore) affanno e a tollerare maggiormente l’esercizio.

Se l’ablazione ha dato un esito ottimale (con completa eliminazione della fibrillazione) e se non sono presenti ulteriori problematiche cardiache o metaboliche, dopo l’intervento non serve adottare particolari precauzioni nel quotidiano: basta seguire uno stile di vita sano e le comuni regole di prevenzione cardiovascolare, raccomandate anche a chi non ha mai avuto problemi cardiovascolari.
Vale a dire, mantenere un’alimentazione sana (ricca di frutta e verdura, pesce e legumi e povera di grassi saturi, sale e carni rosse), praticare attività fisica moderata compatibile con le proprie potenzialità ed evitare lo stress psicofisico, il fumo e l’alcol in eccesso.
Viceversa, se l’ablazione ha migliorato il problema, senza eliminarlo del tutto, potrà essere necessario assumere ancora una terapia antiaritmica specifica, che sarà però meno impegnativa di quella assunta in precedenza e in grado di controllare meglio la malattia.

Inoltre, se la fibrillazione atriale era comparsa come complicanza dell’insufficienza cardiaca o di un’altra patologia cardiovascolare di base, sarà necessario continuare ad assumere il trattamento previsto per le altre condizioni, eventualmente ricalibrato in funzione degli esiti globali dell’intervento di ablazione.
Purtroppo, anche se l’aritmia viene completamente eliminata dall’ablazione della FA, può persistere un aumentato rischio di andare incontro a ictus cerebrale (principale complicanza della fibrillazione atriale): per minimizzarlo, i pazienti dovranno continuare ad assumere farmaci anticoagulanti anche dopo l’intervento.

In aggiunta, in alcuni casi, sarà indicata anche l’applicazione di un pace-maker.

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